Spettacolo teatrale "Il Vicario" di Rolf Hochhuth

 

Vicario4Sabato 20 dicembre 2014 alle ore 10.00, il Goethe-Zentrum Verona invita, presso il Teatro Don Mazza, allo spettacolo teatrale

Il Vicario di Rolf Hochhuth

 

Progetto e lettura: Matteo Caccia, Marco Foschi, Angelo Maggi, Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco

Adattamento e regia: Rosario Tedesco

L'ingresso alla manifestazione è gratuito.

Entrata da via S. Carlo 9, sede Goethe-Zentrum Verona

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NOTE DI REGIA:

Due divise, due uomini. La storia, i suoi orrori. Il silenzio, la fede e la responsabilità.

I due protagonisti del testo: Un soldato tedesco, un prete italiano, s'incontrano nel teatro della storia. Di fronte alle atrocità del lager, scoprono tutta l'ipocrisia delle loro esistenze, la follia del mondo. Così intraprendono la missione di portare al Papa notizia dell'Olocausto.

In un comune percorso di spoliazione dalle loro divise, scoprono che è ancora possibile essere uomini, soltanto accettando le proprie responsabilità. Nonostante questa dolorosa acquisizione, la Chiesa rimane muta davanti al sacrificio degli innocenti.

Nell'adattare questo testo mi hanno guidato gli ambienti entro cui la vicenda si svolgeva. Si inizia a Berlino durante i bombardamenti, nella casa del soldato tedesco Kurt Gertstein. Questa abitazione, parzialmente distrutta, ci dà il senso di una realtà in frantumi. Il concetto di casa come focolare domestico qui è mutilato, e con esso anche la tradizionale idea di famiglia. Ma questa casa è però ancora un luogo dove è possibile nascondersi, e da dove è possibile organizzare la fuga.

Si passa poi a Roma, sul Gianicolo, a casa di Riccardo Fontana, il prete italiano. La sua è una casa nobiliare. L'atmosfera è rassicurante, ma di facciata, appena turbata solo dall'assenza della figura chiave del nucleo familiare: la madre. In questa casa si è al sicuro. Qui non bombarderanno mai.

La vita non è, almeno per il momento, un lusso da difendere a tutti i costi.

La contrapposizione tra le due abitazioni è anche la contrapposizione tra i due protagonisti.

Allo scoperto, distrutto e con i nervi a vivo, il soldato tedesco; ad uno stadio molto avanzato di coscienza di sé, proprio perché nella maggiore disperazione si comprendono i confini della propria identità.

Nella bambagia invece il prete italiano, che comincia a rendersi conto dell'ipocrisia di quest' esistenza fatta solo di prediche fiorite; ad uno stadio pre-natale, oserei dire, della coscienza di sé, avendo ancora il mondo soltanto in cuore e non davanti agli occhi.

Dopo questi due spazi prologo e guida per la presentazione dei personaggi, si passa, sempre a Roma, alla sala piccola, quasi vuota e di color rosso scarlatto, degli appartamenti del Papa: uno spazio recondito, intestino.

Qui il linguaggio si distende ed assume toni privati quali non si potrebbero mai udire in pubblico. La scena si apre parlando d'affari. Il Papa viene chiamato IL CAPO, CHEF, nell'originale. Le espressioni, i modi di dire sono quelli di un'azienda rigidamente strutturata/gerarchizzata. Un po' come immagino sia stata la FIAT degli anni '60.

Gli appartamenti del CAPO, sono uno spazio astratto e segreto. In fondo a nessuno è veramente dato sapere cosa accada lì dentro.

Infine, l'ultimo spazio, quello al limite della rappresentazione, quello che i greci definirebbero: OSCENO. Vietato allo sguardo. Il lager.

Nella scena tra Riccardo e il Dottore, questo spazio, grazie alla neve, ha una dominante bianca, e pur nella sua brutale concretezza, nel testo e in particolare nell'adattamento qui presentato, il lager diviene il luogo della confessione estrema.

Attraversando l'Europa, da Berlino ad Auschwitz, passando per Roma, i 2 protagonisti smetteranno le loro divise, che credevano cucite addosso come una seconda pelle, non più rispettivamente: soldato tedesco e prete italiano (ormai solo vuote uniformi e inutili cariche), ma finalmente uomini.

Questo modo di trattare in maniera del tutto inedita, con ricchezza di situazioni e complessità di caratteri, il tema della responsabilità di fronte alla Storia, alla vita e alla propria coscienza, mi ha sorpreso lasciandomi smarrito.

Insieme agli orrori dell'olocausto ho visto riapparire il mito senza tempo: l'uomo che torna ad essere uomo, il terrore e la pietà. Ma la Storia incalza, e non ci si può permettere di dimenticare o "riscrivere". Ed è questa la forte impressione che viene ancora oggi da questo testo "maledetto", sia pure attraverso una nuda lettura.

Rosario Tedesco

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